Oggi siamo lieti di proporvi la voce di una giovane autrice che porta nella poesia contemporanea uno sguardo personale e intenso sulla solitudine e il tempo sospeso.
Annachiara Oggioni ventiquattrenne originaria della provincia Verona, vive a Torino, dove sta completando un master in tecniche della narrazione presso la Scuola Holden. Laureata in Beni Culturali, ha pubblicato poesie su riviste quali L’Equivoco e L’Altro giornale, mensile veronese.
La sua scrittura nasce da una sensibilità acuta verso gli spazi dell’attesa e dell’immobilità. Oggioni costruisce una poesia che abita le stanze chiuse, i pomeriggi vuoti, i corpi fermi, restituendo con precisione la tensione tra ciò che si vive dentro e ciò che accade fuori. Il suo linguaggio è essenziale, quasi prosaico, rifugge gli ornamenti per aderire alla concretezza delle cose: oggetti domestici, gesti quotidiani, dettagli minimi che diventano testimoni di un disagio più profondo.
C’è nei suoi versi una costante interrogazione sul presente, sul peso del corpo, sulla difficoltà di abitare il proprio tempo. Una poesia giovane nella sua urgenza espressiva, capace di dire l’incastro tra desiderio e impossibilità senza cercare facili consolazioni.
Due chiacchiere con Annachiara Oggioni
Abbiamo rivolto ad Annachiara alcune domande per conoscerla meglio e per farci raccontare, con le sue parole, il suo percorso poetico e il suo modo di intendere la scrittura.
Grazie Annachiara, è un piacere averti come ospite. Quando hai percepito per la prima volta che la poesia sarebbe stata un linguaggio necessario, e non soltanto accessorio?
Ho iniziato a capire che la poesia sarebbe stata per me un linguaggio necessario durante l’adolescenza. In quegli anni, tra medie e superiori, mi sentivo completamente persa, inadeguata al mondo che mi circondava, sola; in più mi stavo scontrando con la disillusione di non essere chi nella mia mente avevo pensato di diventare crescendo, sia fisicamente che a livello di relazioni personali, nulla mi faceva sentire bene con me stessa. In quel turbinio avevo però iniziato a sentire di dover tirare fuori quello che stavo provando e, non sapendo come fare, ho iniziato a scrivere e la forma che i miei pensieri hanno preso è stata quella della poesia. Mi faceva stare bene e mi liberava dal peso dei miei quattordici anni.
Qual è stata la scintilla – un libro, un evento, una perdita, un incontro – che ti ha spinto a scrivere i tuoi primi versi?
È successo durante le scuole medie, quando, come esercizio per italiano, l’insegnante ci fece riscrivere la poesia Veglia di Ungaretti mantenendo il senso e alcuni versi, ma aggiungendone di nostri. Per me, fare quell’esercizio è stato come incontrare qualcuno che mi stava aspettando per indicarmi un percorso, o almeno l’inizio di una strada lungo la quale muovermi. Vedere i miei versi, molto umili e abbozzati, vicini a quelli di un poeta come Ungaretti e per giunta in una poesia quale Veglia, mi ha fatto capire quanto la poesia fosse un mezzo potente in grado di arrivare alla parte più profonda, nascosta e vera delle cose e mi ha spinto a fare altrettanto, a riprovarci usando parole solo mie.
Quali autori o voci poetiche senti come tuoi “maestri segreti”, anche se lontani dalla tua generazione o sensibilità?
Tra gli autori che più ammiro e ai quali guardo ci sono sicuramente: Alda Merini, Patrizia Cavalli, Wisława Szymborska, ma anche Eugenio Montale, Abbas Kiarostami, Grace Paley e Raimond Carver. Di questi ultimi due conosco più la prosa che la poesia, ma negli ultimi tempi li ho sentiti molto vicini a me e alle mie attitudini di poetessa e scrittrice. Se posso, inoltre, vorrei aggiungere alcuni artisti non poeti quali Hayao Miyazaki, David Bowie, e in ultimo, da amante della storia dell’arte anche Raffaello, Michelangelo ed Egon Shiele. So che non sono poeti, ma ritengo che in ognuno di essi ci sia poesia, o almeno quel sentimento e quel moto che mi porta a scriverla e a viverla.
Credi che la poesia oggi debba avere un ruolo civile, politico, o possa restare appartata, intima?
Secondo me la poesia può essere entrambe le cose. Personalmente faccio fatica a scrivere una poesia che non sia intimista, anche se sta nascendo in me la necessità a spingermi verso l’esterno, verso il mondo che io e i miei coetanei stiamo vivendo. Al di là di me stessa però, ritengo che sì, la poesia oggi debba avere un ruolo civile e politico, e mi affido totalmente a chi tra i miei coetanei e non solo, sia in grado di esprimere temi contemporanei e impegnati attraverso la poesia.
Di seguito tre testi inediti:
Magnolia
Una ragazza mi ha detto
che odia le domeniche,
i giorni di sole,
le gite nei boschi.
Chiude gli occhi,
cambia strada, non le importa
perdersi, ma non sopporta
di sentire, la risata del vicino,
il trillo della bicicletta
sul vialetto.
È stanca di vederli passare,
quei giorni, fuori dalla finestra,
mentre lei resta
incastrata alla scrivania.
Ha parlato con una magnolia
in un parco, mentre i petali
cadevano al suolo.
Si è strappata le vesti,
ha camminato nuda,
mostrando un corpo
che voleva gridare.
Ha rotto la mia corteccia
mentre mi diceva che
chiusa nella sua stanza
la radio è rimasta accesa.
Il volume al minimo,
solo un ronzio in quel corpo
che si muove e muore,
ogni volta che si scopre vivo.
Come sto a maggio?
Sto a poltrire, ad ascoltare
campane, annoiandomi
in domeniche
che paiono interminabili.
In una città con strade vuote
e serrande abbassate.
Dove starei, se non fossi qui?
In terrazza, a guardare
un albero rotto,
un muretto scrostato.
Non importa dove io sia,
ovunque
mi sento maledetta,
perché sento e odio,
il pulsare del sangue
nelle vene. A coprirlo
non c’è rumore.
Questo mese di passaggio
si muove in me,
ma non desidero altro
che il mio corpo smosso
in questa domenica,
in questo mio maggio.
Domenica
Il capo reclinato,
il braccio allungato
sul tavolo.
Il bicchiere di plastica,
dentro l’acqua
l’aspirina della domenica.
I piatti sgocciolano
appesi sospiri,
forchette nel cassetto
dispensa pensieri,
pentola dell’arrosto
consumato l’occhio.
Capo di donna
dipinto su muro,
ritratto nello specchio
annerito, riflesso sul vetro
della finestra impolverata,
sotto al sole, essiccato il fiato.
Attendere invano
un movimento,
lo squillo del telefono,
che passi la domenica
e si svesta il giorno
in favore della notte.
Aspetta, aspetta,
il ticchettio dell’orologio
si è fermato, qualcuno
sull’uscio.
Se ne sente il respiro, il viso
minuscolo appare
nello spioncino.
Bussa, bussa,
a questa porta,
prendi la mano
che cade dal tavolo,
cosicché il tocco
sul capo reclinato
sia un sollievo.
