Recensione: “Se non avessi parole” di Antonio d’Amati | L’Altrove
Recensione: “Se non avessi parole” di Antonio d’Amati | L’Altrove

Recensione: “Se non avessi parole” di Antonio d’Amati | L’Altrove

La raccolta Se non avessi parole di Antonio d’Amati, pubblicata nella collana “Quaderni di poesia” di Eretica Edizioni, si configura come un’opera di notevole consapevolezza metalinguistica, in cui il poeta intraprende una radicale interrogazione sullo statuto stesso della parola poetica e sui limiti espressivi del linguaggio. La silloge, articolata in quattro sezioni (Parole e assenza, Solitudine e silenzi, Fusione e scissione, Luce e blu), presenta una struttura rigorosamente concettuale che tradisce una precisa volontà architettonica, evidente sin dalla scelta epigrafica di Seferis: “Dove potrò posare la testa se non sulle parole?”.

Il paradosso fondante: dire l’indicibile

L’intero impianto della raccolta si regge su un paradosso costitutivo: l’utilizzo del mezzo linguistico per denunciarne l’inadeguatezza ontologica. La poesia che dà il titolo alla raccolta, Se non avessi parole, rappresenta il manifesto programmatico di questa tensione irrisolta. D’Amati costruisce il testo attraverso una serie di interrogazioni retoriche che scandagliano la natura prelinguistica del pensiero:

Se non avessimo
una lingua
cosa penseremmo?
Se non avessimo
parole
come sarebbe
pensare?

Il poeta procede per accumulazione enumerativa – “Emozioni, / immagini, / odori, / sapori, / sensazioni” – evocando una dimensione percettiva che precede e, al contempo, eccede la categorizzazione linguistica. L’aggettivazione si fa insistente e stratificata: “Pensieri ancestrali / viscerali istintivi / limbici puri / indefiniti reattivi / impalpabili passeggeri / indescrivibili segreti”. La sequenza, priva di punteggiatura, genera un accumulo semantico che mima proprio quell’indistinzione prelinguistica che il testo tematizza.

La svolta dialettica sopraggiunge con l’avversativa “Eppure”, che introduce la seconda parte del componimento, in cui la parola viene riconosciuta non più come strumento di liberazione ma come dispositivo di costrizione:

Del mio strumento
più pregiato
sono schiavo
e manipolatore,
e amavo le parole
perché pensavo
ci rendessero liberi

La denuncia dell’asservimento alla parola si fa progressivamente più radicale. D’Amati riconosce nella nominazione non un atto di libertà conoscitiva ma un’operazione di riduzione: “materializzo l’impalpabile, / limito l’infinito, / esprimo l’indescrivibile”. Il linguaggio, lungi dal dischiudere possibilità, opera una violenza epistemologica sulla realtà fenomenica, imponendo “una realtà umanizzata / che non è mai stata / generata per le parole”.

La conclusione del testo si configura come un’invocazione disperata a una dimensione percettiva pura, liberata dal giogo della significazione:

se rinasco
non datemi
parole,
ché io voglio sentire
solo sentire
sentire senza sapere
sentire per pensare
sentire per comunicare
sentendo vivere

L’anafora del verbo “sentire”, reiterata ossessivamente, ambisce a inaugurare una modalità comunicativa alternativa, fondata su una sorta di empatia prelinguistica. Tuttavia, il paradosso rimane irrisolto: è attraverso le parole che il poeta invoca un mondo senza parole.

La fenomenologia della solitudine

La seconda sezione, Solitudine e silenzi, approfondisce la riflessione sulla condizione esistenziale di chi, dotato di ipersensibilità percettiva, si trova in scacco di fronte all’impossibilità di tradurre l’esperienza in linguaggio condiviso. Anime perse offre un’immagine emblematica:

Mura insormontabili
i vetri appannati
dal nostro
respiro incerto
separano le parole
non dette
da orecchie tese
come palpebre
cieche, prigioniere
nella speranza
di rapire,
seppure un istante
solo, quel respiro
di luce

Il vetro appannato diventa metafora dell’opacità comunicativa, della barriera che si frappone tra intenzione espressiva e ricezione. La sinestesia finale – “respiro / di luce” – cerca di evocare proprio quella dimensione indicibile che sfugge alla presa del linguaggio ordinario.

Il testo Lotto presenta invece una dimensione più immediatamente biografica, in cui il conflitto con il linguaggio si interseca con una più ampia lotta esistenziale. La struttura anaforica domina il componimento, scandito dalla reiterazione del verbo titolare:

Sono stanco, da anni
lotto contro me stesso,
contro il mondo, che
non mi accetta diverso,
contro il silenzio, di ciò che
resta non detto,
contro i volti, che
simulano un sentimento,
contro le parole, che
nascondono il sommerso.

La lotta “contro le parole, che / nascondono il sommerso” ribadisce il tema della falsificazione linguistica, del linguaggio come maschera che occulta piuttosto che rivelare. La conclusione – “E lotto, perché esisto, / lotto, perché voglio, / lotto, perché amo, / e lotto ancora, finché vivo” – afferma tuttavia una dimensione volitiva, quasi eroica, nella persistenza dell’atto comunicativo nonostante la consapevolezza della sua insufficienza.

Particolarmente significativo risulta Patire, testo che formula in termini essenziali il nodo problematico dell’opera:

Come può,
un sensibile,
sentire
e non soffrire?
L’esistenza,
per chi sente,
è soffrire,
sospeso
fra istanti
d’inesplicabile
splendore

La coincidenza tra sensibilità e sofferenza viene qui assunta come dato costitutivo dell’esperienza poetica. Il “sensibile” è colui che, non potendo sottrarsi alla pienezza percettiva, esperisce il dolore dell’inesprimibile, trovando compensazione solo in “istanti / d’inesplicabile / splendore” – istanti che, per definizione, resistono alla nominazione.

La dialettica amorosa: fusione e scissione

La terza sezione introduce la dimensione dell’alterità amorosa come possibile risoluzione del conflitto tra parola e silenzio, tra espressione e percezione. Esisto in Te si struttura come un dittico dialogico, in cui due voci – separate graficamente – si intrecciano in un contrappunto di affermazioni e negazioni:

— Ora vedo la luce —| Non mi lasciare |
— in te che accogli il mio cuore —| Non voglio fuggire |
— E non ho cara la vita —| Non parlare col sole |
— se non esiste la tua —| Mi completo in te |

La disposizione tipografica, con le due colonne che si rispondono, mima graficamente quella fusione intersoggettiva che il testo tematizza. L’esperienza amorosa viene rappresentata come superamento della solitudine ontologica e, significativamente, come trascendimento del linguaggio: “Non ho più una forma / Non ho più catene / Non conosco la fine”. La conclusione – “E in Te io esisto — | E io esisto in Te” – formula una reciprocità che sembra inaugurare una modalità di esistenza alternativa, in cui l’identità individuale si dissolve nella relazione.

Tuttavia, la sezione non manca di registrare anche il fallimento della comunicazione amorosa. Orchidea presenta l’immagine straziante di un amore che si consuma nella reciproca incomprensione:

E mentre
insieme
picconiamo
l’arida pietra
dei nostri cuori
con lo sguardo
volgiamo le spalle
al terreno fertile
del nostro amore

Il verbo “picconiamo” introduce una violenza autodistruttiva, mentre la metafora agricola del “terreno fertile” trascurato suggerisce uno spreco di potenzialità. Il testo si chiude con un’esortazione che è anche confessione di inadeguatezza: “Abbi cura / di lui / di te / non come io / non ho saputo / avere cura / di te / di noi”. La ripetizione di “cura” – termine che evoca insieme sollecitudine e terapia – sottolinea la fragilità costitutiva della relazione.

La ricerca della luce: verso una possibile trascendenza

La quarta e ultima sezione, significativamente bilingue nel titolo (Luce e blu — ΦΩΣ ΚΑΙ ΚΥΑΝΟ), introduce una dimensione di possibile riscatto attraverso l’immagine luminosa. Luce scandisce un percorso di progressiva illuminazione:

Ho percorso
restando nel buio
migliaia di strade
certo che l’oscuro
fosse il colore
di ogni realtà

La struttura anaforica – “Ho percorso”, “Ho scorto”, “Ho sentito” – traccia un itinerario fenomenologico che culmina nell’incontro con l’alterità salvifica: “Ho sentito / sfiorandoti i capelli / il profumo più caro / ignaro che la tua pelle / potesse donare luce / ad occhi così offuscati”. La sinestesia – profumo, pelle, luce – tenta ancora una volta di evocare un’esperienza che eccede la compartimentazione sensoriale ordinaria.

Lichtung, termine heideggeriano che designa la radura, lo spazio aperto nella foresta in cui la luce può penetrare, condensa in pochi versi il tema della rivelazione:

Riversandomi
di luce
nel buio
dei miei sonni
donasti
nuova vita
ai miei occhi
attoniti
a sognarti

L’incontro con l’altro si configura come esperienza epifanica, che ridona “nuova vita” a una percezione atrofizzata. Tuttavia, significativamente, questa vita nuova si manifesta ancora in una dimensione onirica: “ai miei occhi / attoniti / a sognarti”.

La raccolta si chiude con un haiku, forma poetica giapponese che per definizione aspira alla massima concentrazione espressiva:

Fasci di luce
immersi nel vasto blu:
siamo isole

L’immagine finale condensa i nuclei tematici dell’intera opera: la luce come principio vitale e conoscitivo, l’immersione in una totalità indifferenziata (il “vasto blu”), e insieme la condizione di isolamento (“siamo isole”). La metafora insulare ribadisce la solitudine costitutiva dell’esistenza individuale, ma al contempo suggerisce che queste isole, immerse nello stesso mare, partecipano di un medesimo elemento.

Se non avessi parole di Antonio d’Amati si inscrive in una tradizione poetica che ha le sue radici nella crisi del linguaggio novecentesca, ma la declina con accenti originali. Il dialogo intertestuale con Seferis e Rilke (citati nelle epigrafi) colloca l’opera in un orizzonte culturale europeo, mentre il ricorso a termini greci (νόστος, ἄνεμος, φῶς, κυανό) e tedeschi (Lichtung) segnala una volontà di attingere a risorse espressive extra-italiane, come per sfuggire ai limiti della lingua materna.

Sul piano formale, la scrittura di d’Amati privilegia il verso breve, spesso ridotto a singola parola, e una sintassi paratattica che procede per accumulazione piuttosto che per subordinazione logica. La punteggiatura è ridotta al minimo, generando un flusso continuo che mima l’indistinzione percettiva prelinguistica evocata dai testi. L’uso sistematico dell’anafora e della ripetizione lessicale conferisce ai componimenti una qualità quasi salmodica, rituale.

Tuttavia, alcuni limiti vanno rilevati. La denuncia della falsificazione linguistica, per quanto sincera e sentita, rischia talvolta di risolversi in un’aporia: se le parole tradiscono sistematicamente l’esperienza, quale legittimità può avere il discorso poetico stesso? Il poeta sembra consapevole di questo paradosso, ma non sempre riesce a trasformarlo in risorsa espressiva. Inoltre, alcuni testi della raccolta – specialmente nella terza sezione – scivolano verso un lirismo più convenzionale, in cui la tematizzazione dell’amore rischia di approdare a formulazioni già ampiamente codificate.

Ciò nonostante, Se non avessi parole rappresenta un’opera di innegabile onestà intellettuale e di notevole consapevolezza metalinguistica. D’Amati non offre soluzioni consolatorie al problema dell’espressione, ma lo porta fino alle sue conseguenze più radicali, facendo della poesia stessa il teatro di un conflitto irrisolvibile tra nominazione e percezione, tra dire e sentire. In questo senso, la raccolta si configura come un contributo significativo al dibattito sulla natura e sulla funzione della parola poetica nella contemporaneità.

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