Recensione: “Allusione alla flora” di Paolo Artale | L’Altrove
Recensione: “Allusione alla flora” di Paolo Artale | L’Altrove

Recensione: “Allusione alla flora” di Paolo Artale | L’Altrove

La raccolta Allusione alla flora di Paolo Artale, pubblicata nel 2025 da Anterem Edizioni nella prestigiosa collana “Nuova Limina”, si configura come un esperimento poetico di notevole complessità teoretica, dove l’elemento botanico diviene pretesto per un’indagine metafisica sul rapporto tra soggetto lirico e mondo fenomenico. L’opera si articola attraverso una scrittura che rifugge la tradizionale strutturazione versale, optando per una prosa poetica che dissolve i confini tra generi letterari e inaugura uno spazio testuale di peculiare ambiguità ontologica.

L’architettura compositiva e la poetica dell’alluvione di Paolo Artale

Il titolo stesso, Allusione alla flora, stabilisce immediatamente il registro semantico dell’opera: non si tratta di una descrizione naturalistica, bensì di un approccio obliquo, allusivo appunto, che trasforma il dato vegetale in correlativo oggettivo di un’esperienza esistenziale più profonda. La suddivisione in due sezioni – “(la bellezza)” e “(dintorni)” – rivela una strategia compositiva che procede per cerchi concentrici, dall’universale al particolare, dall’assoluto estetico alla contingenza spaziale.

La prima sezione, “(la bellezza)”, si apre con un testo che immediatamente destabilizza le coordinate percettive del lettore: “uscire dalla casa diretti alle / principali caratteristiche nervose quindi / imprime leggerissime collere invidia / le cose ferme sotto il periodo delle / migrazioni – tuttavia ha attutito il vento”. Questo incipit programmatico stabilisce una dialettica fondamentale tra movimento e stasi, tra l’impulso dinamico del “uscire” e la condizione statica delle “cose ferme”, mentre l’inserimento di elementi emotivi (“collere invidia”) conferisce al paesaggio naturale una dimensione psicologica che sarà costante in tutta la raccolta.

La fenomenologia della percezione e il tempo ciclico

Artale sviluppa una poetica della percezione che si nutre di una temporalità non lineare, dove passato e presente si intersecano in una dimensione atemporale. Ne è esempio il componimento: “presto entra la luce perché non sopporto / le attese questo è ciò che possiamo fare o / prepariamo l’attenzione per la fine per / le acque da sommersione – adesso che / ogni uccello ha un proprio compito”. La luce, elemento ricorrente nell’intera raccolta, non è qui semplice fenomeno fisico, ma categoria esistenziale che struttura l’esperienza temporale del soggetto lirico.

L’articolazione sintattica procede per accumulo paratattico, evitando le subordinate e creando un ritmo che mima la respirazione naturale, il fluire organico della vita vegetale. Questa scelta stilistica non è meramente formale, ma corrisponde a una precisa concezione poetica che rifiuta la logica causale in favore di una logica associativa, più vicina ai processi onirici che a quelli razionali.

La metamorfosi del domestico e l’oltrepassamento della casa

Un elemento strutturante dell’intera raccolta è la presenza della “casa”, che funziona come punto di riferimento spaziale e simbolico. Tuttavia, questa dimora non rappresenta mai un rifugio sicuro, ma piuttosto un luogo di transizione, di passaggio: “ho toccato la terra dove c’erano le petunie ricordami / di riporre tutto nell’incavo dell’aria e disporre tutto come / se la casa dovesse cedere / come se dovesse abituare la terra a essere oltraggiata”.

La casa artaleana è sempre sul punto di cedere, di dissolversi nel paesaggio circostante, in una dinamica che evoca la tradizione letteraria del “perturbante” freudiano, dove il familiare si trasforma in inquietante. L’immagine delle petunie, fiori domestici per eccellenza, diviene tramite per un contatto tellurico che preannuncia la dissoluzione dell’ordine abitativo.

Il linguaggio come esperienza sensoriale

La scrittura di Artale si caratterizza per una densità sinestetica che trasforma la lettura in esperienza multisensoriale. La sinestesia non è qui figura retorica ornamentale, ma modalità conoscitiva che permette di accedere a strati di realtà altrimenti preclusi. Si consideri il testo: “ancora e sempre alcuni ricami d’aria tuttavia / ci lasciano sole a organizzare gli addii e / un posto per considerare / qualsiasi altro abbellimento come / le altissime erbe dietro la casa”.

L’aria che si fa ricamo, il tocco che si fa visione, la vista che si fa contatto: siamo di fronte a una poetica che dissolve i confini sensoriali per accedere a una forma di conoscenza integrale, dove il soggetto non osserva il mondo ma vi partecipa organicamente.

La dialettica luce-buio e la dimensione cosmica

Particolare rilevanza assume nella raccolta la dialettica tra luce e buio, che non si risolve mai in opposizione manichea ma si articola in una complessa fenomenologia della visibilità. Il componimento “e venne uno a misurare la distanza fra le stelle e / la posizione esatta del dolore ma / questo era possibile solamente dopo il buio – così / accanto al buio sostavano le domeniche” introduce una dimensione cosmica che eleva il discorso poetico dal particolare botanico all’universale astronomico.

La figura di chi “misura la distanza fra le stelle” evoca l’archetipo dell’astronomo-filosofo, ma la sua azione conoscitiva è subordinata al buio, elemento che non rappresenta assenza di luce ma condizione necessaria per la visione profonda. Le “domeniche” che “sostavano accanto al buio” introducono una temporalità sacra che interrompe il flusso cronologico quotidiano.

La sezione “dintorni”: topografie dell’intimità

La seconda sezione, “(dintorni)”, inaugura una diversa modalità di approccio al naturale, più intima e circoscritta, ma non per questo meno complessa. L’apertura – “mirabili comunque i tentativi degli / uccelli di educarsi alla terra” – stabilisce immediatamente un rapporto pedagogico tra mondo animale e mondo vegetale, dove l’apprendimento diviene categoria ontologica fondamentale.

Il testo prosegue con una delle pagine più intense dell’intera raccolta: “ma io non ho voluto insistere perché / in questi luoghi gli abitanti piumati erigono / fortezze per i venti incisori e conducono sogni / oggi contraddice tutto ciò che si illumina e / compone foglie aderenti alla terra”. La rinuncia del soggetto lirico a “insistere” rivela una poetica della discrezione, del rispetto per l’autonomia del mondo naturale, mentre gli “abitanti piumati” che “erigono fortezze per i venti incisori” introducono una dimensione epica nel microcosmo naturale.

La questione dello sguardo e l’epistemologia poetica

Centrale nell’economia della raccolta è la riflessione sulla visione e sui suoi limiti: “cosa sono gli occhi dopo la perdita / di alcune derive chiarità lontanissime / lontanissima sostituzione di corpi”. L’interrogazione sulla natura dello sguardo dopo la “perdita” configura una crisi percettiva che attraversa l’intera modernità poetica, da Baudelaire a Celan.

Artale affronta questa crisi non attraverso la nostalgia per una visione perduta, ma elaborando una nuova modalità percettiva che integra la perdita come elemento costitutivo dell’esperienza estetica. Le “chiarità lontanissime” non sono oggetto di rimpianto, ma materia prima per una riconfigurazione dello sguardo poetico.

Il sublime vegetale e la questione della morte

Uno degli aspetti più riusciti della raccolta è il modo in cui Artale riesce a conferire dignità sublime all’elemento vegetale, tradizionalmente confinato nelle zone “basse” della gerarchia poetica. Il componimento “questo è un limite. arenarie in controsenso / devote alla luce / nuovamente l’autunno di gioia non / saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle / rugiade” tocca il vertice di questa operazione di innalzamento.

La morte qui non è evento drammatico ma processo naturale che si integra organicamente nel ciclo vegetale. Le “rugiade” che “condividono” un “posto per la morte” trasformano il lutto in partecipazione cosmica, in una visione che echeggia certa tradizione mistica occidentale ma senza mai cedere al sentimentalismo.

La lingua poetica: tra innovazione e tradizione

Dal punto di vista linguistico, Artale elabora un idioma poetico di notevole originalità, che fonde reminiscenze dell’ermetismo novecentesco con istanze più propriamente contemporanee. La sintassi procede per accumulo di immagini che si stratificano senza mai risolversi in una sintesi definitiva, creando un effetto di sospensione semantica che rispecchia l’incertezza ontologica del soggetto moderno.

Particolarmente efficace risulta l’uso dell’enjambement, che spezza le unità sintattiche creando effetti di straniamento e di risemantizzazione: “ho atteso che la luce venisse riposta. compiere / sullo stesso versante delle ciglia. / allungarsi in misura di scomparsa. / sulle mani una impronta di nube”. La luce che viene “riposta” come un oggetto, le ciglia che hanno un “versante”, le mani che conservano “impronte di nube”: siamo di fronte a una lingua che sistematicamente viola le compatibilità semantiche per aprire spazi di significazione inediti.

Allusione alla flora si colloca nel panorama della poesia italiana contemporanea come opera di transizione tra la lezione dell’ultimo Novecento e le istanze eco-critiche del nuovo millennio. Artale riesce nell’operazione, tutt’altro che scontata, di elaborare una scrittura che è insieme profondamente radicata nella tradizione poetica italiana e aperta alle questioni più urgenti del presente.

La raccolta inaugura una forma di “ecologia poetica” che non si limita alla descrizione del naturale ma ne interroga lo statuto ontologico, elaborando una fenomenologia della percezione che potrebbe rappresentare una via d’uscita dall’impasse rappresentativo in cui si dibatte molta poesia contemporanea.

Il volume, elegantemente curato da Anterem Edizioni nella veste grafica di Valentina Corbellari, si presenta come contributo significativo al dibattito poetico contemporaneo, confermando la maturità espressiva di un autore che, dopo quasi tre decenni di ricerca poetica, raggiunge in questa raccolta una sintesi espressiva di notevole efficacia. Allusione alla flora è opera che merita attenzione critica e che si candida a durare nel tempo, per la sua capacità di coniugare innovazione formale e profondità di visione, sperimentazione linguistica e autenticità dell’ispirazione.

L’AUTORE

Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e siti
Ha collaborato con puntoacapo Editrice di Alessandria.
Ha pubblicato: ”La stagione sconosciuta”- Centro Stampa (1998); “L’abbandono” – EOS Editrice (1999); “Una specie di quiete”- Dialogolibri Editore (2008); “Gli incanti”- Book Editore (2010) “i meli”- puntoacapo Editrice (2014); “conversazioni in giardino”- Contatti Edizioni (2022)- finalista al premio “Lorenzo Montano” 2022; “allusione alla flora”- Anterem edizioni (2025).
Ha ottenuto diversi riconoscimenti sia per l’edito che per l’inedito.

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