Il 10 agosto, notte di San Lorenzo, rappresenta da sempre uno dei momenti più suggestivi del calendario astronomico e letterario. La ricorrenza delle Perseidi, le celebri “lacrime di San Lorenzo”, ha attraversato i secoli ispirando poeti di ogni epoca e nazionalità, diventando un topos privilegiato della lirica occidentale.
La presente raccolta riunisce voci poetiche distanti nel tempo e nello spazio – da Pascoli a Szymborska, da Trilussa a Lawrence – accomunate dalla contemplazione di questo fenomeno celeste che da sempre interroga l’uomo sul proprio destino. Le stelle cadenti si configurano come simbolo polisemico: ora presagio di speranza e desiderio, ora memento di fragilità e caducità, sempre specchio delle inquietudini umane proiettate sulla volta celeste.
Ogni autore declina diversamente il tema: dalla dimensione elegiaca e memoriale di Pascoli, che trasforma il fenomeno astronomico in allegoria del dolore universale, alla riflessione metafisica di Szymborska sulla perdita dell’incanto in epoca moderna; dal registro ironico e popolaresco di Trilussa, che demistifica la superstizione attraverso l’esperienza vissuta, alla contemplazione intimista di Lawrence, dove le stelle riflesse nell’acqua diventano metafora della precarietà amorosa.
Questa costellazione di testi offre un percorso attraverso sensibilità poetiche diverse, unite dal fascino perenne di una notte che, nel suo ripetersi annuale, continua a suscitare meraviglia e interrogativi sull’esistenza umana e sui suoi significati più profondi.
Cadenti dal cielo di Wisława Szymborska
La magia se ne va, benché le grandi forze
restino al loro posto. Nelle notti d’agosto
non sai se la cosa che cade sia una stella,
né se a dover cadere sia proprio quella.
E non sai se convenga bene augurare
o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?
Quasi non fosse ancor giunta la modernità?
Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,
davvero una scintilla d’una coda di cometa,
solo una scintilla che dolcemente muore –
non io sto cadendo sui giornali del pianeta,
è quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.
Stella cadente di Trilussa
Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d’agosto tanto belle
ch’er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Perché la gente immagina sur serio
che chi se sbriga a chiede qualche cosa
finche la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa’ fotte.
Jersera, ar Pincio, in via d’esperimento,
guardai la stella e chiesi: “Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co’ lei
come trent’anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? Dov’è finita
la donna ch’ho più amato ne la vita?”
Allora chiusi gli occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai…
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m’è riapparsa la biondina
Quanno venne da me quela mattina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce: “E’ tanto
che sospiravo de tornatte accanto!”
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me:- Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l’illusione che ce pija in giro – .
Però ce fu la mano der Destino:
perchè doppo nemmanco un quarto d’ora,
giro la testa e vedo una signora
ch’annava a spasso con un cagnolino.
Una de quelle bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno d’estate.
– Chissà – pensai – che pure ‘sta grassona
co’ quer po’ po’ de robba che je balla
nun sia stata carina? – E ner guardalla
trovai ch’assomigliava a ‘na persona…
Speciarmente er nasino pe’ l’insù
me ricordava quello de Lullù…
Era lei? Nu’ lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guardà la gente,
avrei detto: – E’ Lullù sicuramente…-
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l’occhi e ritornai da quella
ch’avevo combinato co’ la stella.
X Agosto di Giovanni Pascoli
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Sera d’agosto di Leonardo Sinisgalli
a Gian Domenico Giagni
Son qui stasera
dietro la ragnatela
che difende il Tuo trono:
ogni stella è meno di niente,
una mosca lucana lucente.
In barca di David Herbert Lawrence
Vedi le stelle, amore,
Ancor più chiare nell’acqua e splendenti
Di quelle sopra a noi, e più bianche
Come ninfee!
Ombre lucenti di stelle, amore:
Quante stelle sono nella tua coppa?
Quante riflesse nella tua anima?
Solo le mie, amore, le mie soltanto?
Guarda, quando i remi muovo,
Come deformate s’agitano
Le stelle, e vengon disperse!
Perfino le tue, lo vedi?
Rovesciano le stelle le acque
Acque povere, inquiete, abbandonate…!
Dici, amore, che non viene scosso il cielo
E immobili son le sue stelle?
Là! hai visto
Quella scintilla volare su di noi? Le stelle
In cielo neanche son sicure.
E di me, che sarà, amore, di me?
Cosa sarà, amore, se presto
La tua stella fosse lanciata sopra un’onda?
Sembrerebbero le tenebre un sepolcro?
Svaniresti tu, amore, svaniresti?
