Estratti ed Inediti

Estratto da “Ventuno canti” di Vincenzo Mirra | L’Altrove

I

Veniva il vento, sopra l’antica
rupe di Micene, come vengono
certe lune ai lupi e alle anime perse
e dalle rovine di pietra ancora viene
azzurra luce e gialla sale terrosa
aria dalle crepe silenziose degli ulivi
sulla terra di ombre vocianti, lance
scudi e panoplie, e delle cicale
nascoste, il frinire a non finire.

La mia progenie affaccia sul mare
e per miglia e braccia giunge la nave
all’isola dove nacqui e ancora rinasco
per ogni morte venuta a cercarmi
su queste oscure rive naufrago.


VII

Ci sono luoghi primevi nei boschi
mai calcati da essere umano.
Per la valle profonda grida, con voce
di foglia, la grande quercia al vento:
l’isola delle maree sta per essere sommersa.
Ossa di uomo e tronchi d’alberi
galleggiano insieme, relitti marini
alla deriva, finiranno incastrati
sopra le nuove vette del mondo.

D’acqua salata sarà per tutti
l’ultimo rantolo di respiro.
La verità è diventata desueta
un vascello fantasma sul fondo
vano, di un mare impenetrabile.


XIII

Non temere, non temere mai
niente, nessuna distanza dal mondo
nessun inganno o dardo del destino.
Non temere l’inciampo o le conseguenze
di una storia d’amore, non temere i momenti belli
e neanche quelli brutti, o le imprese impossibili
né alcun tipo di pericolo. E di certo non temere sé
stessi, mai. L’istinto non è che una spettinata ragione.

Ogni cosa è in prestito, in bilico
anche il dolore e il nome di ciascuno.
E se la fine non fosse affatto la fine?
Le paure sono in agguato.
Tutto finisce per ripartire daccapo.


XVII

Come sono andate le cose? Chi potrà
accarezzare il mistero, parlare agli Dei
ricomporre le costellazioni? Tutto languisce.
Il Cacciatore ha preso commiato dalle stelle.
Tutto deve finire prima di essere svelato
per tornare docile al vasto mare aperto.
Così vaga il sonno nella fumeria, per le cose care
nelle cose perdute, niente possono le cose vive
se prima non hanno attraversato il buio inverno.

Qual è la verità? Quali sono i fatti?
La dea irremovibile soppesa la giusta
misura di orrore e pietà. I frutti
dell’abbondanza non sfamano
gli scalzi, né saziano gli avari.


XXI

Bruciano le fiamme di Vesta il fuoco sacro
finché ci saranno ossigeno da respirare e Idi
di marzo alla porta. Canti di nessun altro
e per nessun altrove. Così prende il largo la pira.
Guadagna il fuoco il suo orizzonte. È tempo
dell’ultimo viaggio. Nessuno può dire
senza più ferita, il suo nome. Siamo tutti figli
dello stesso naufragio. Così il cielo disperde le nere ceneri.
Tutto deve perire per tornare docile al mare.

I bambini sanno ciò che col tempo
dimenticano. Siamo stati i nostri
antenati, ma saremo ancora figli
della nostra stirpe? Tornava il mare
all’isola delle glauche tamerici.

L’AUTORE

Vincenzo Mirra (Napoli, 1973) vive a Pisa dal 2005 e ha tre figli. È laureato in Scienze e Ingegneria dello Spazio, lavora nel campo delle certificazioni aerospaziali, ha collaborato con le agenzie spaziali europea, italiana e francese spaziali, e dirige la Collana Scienze di Carmignani Editrice dedicata alla narrativa di divulgazione scientifica per giovani lettori.
Poeta e scrittore di libri per ragazzi, collabora con istituzioni, fondazioni, centri e associazioni del territorio per la realizzazione di progetti culturali e di iniziative sociali per la promozione della poesia e della lettura inclusiva, partecipando a numerosi progetti con le scuole.
Fanno parte del suo linguaggio poetico, le raccolte edite: Ventuno canti (Roma, Edizioni Ensemble, 2024), Ogni cosa sta in bilico sul fiore di un’àgave (Buccino, Salerno, Eretica Edizioni, 2021), Moleskine. Poesie a matita (Roma, Edizioni Ensemble, 2019), Sursum corda. Ad Ovest dei versi (Viterbo, Augh! Edizioni, 2018) e Isole (Viterbo, Augh! Edizioni, 2016).

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Un commento

  • Claudia Ticci

    Questo canti di Vincenzo Mirra sono vascelli di poesia che arrivano a vele spiegate verso di noi con un pescato raccolto nelle profondità della vita, ricco di tesori e perle rare.
    Bellissima poetica.

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