Estratti ed Inediti

Inediti di Michele Rieri | L’Altrove

NEI TITOLI DI CODA REMARQUE RIVIVE SEMPRE

Poi, per qualche istante, ritornavano i silenzi.
E tu tornavi a chiederti,
come il brano di Trenet,
che ne sarebbe stato, infine,
del nostro amore sterile.
E delle nostre giovinezze.
Ora che ad Atene s’incendiavano i palazzi
e la democrazia era un insulto.
Per qualunque intelligenza.
La deriva del vecchio continente.
Pisciare per le strade è più volgare che pisciare sui cadaveri.
O in bocca al Capitano.
Le Siberie trapiantate tra l’Emilia e il centro-sud.
Congela ogni progetto e non curartene. Per i prossimi 30 anni.
La nostra prospettiva è una promessa andata a male
mentre termina il tg dell’edizione delle 20.
Nessuna novità dal fronte occidentale.
Nei titoli di coda
Remarque rivive sempre.
Le giornate che hanno il peso
di una marcia di elefante.
Le esistenze che diventano
barili consumati.
Per raschiare altre emozioni
potremmo darci fuoco come i monaci del Tibet
o le vittime del Fisco.
E avremo, come loro, il nostro spazio in prima pagina.
Giusto il tempo che abbia eco
in un normale lunedì
tra le code in autostrada
e le neo offensive turche.
Poi mi dici che, magari,
dalle gru dove si arrampicano i padri licenziati
e gli operai cassintegrati,
ci verrebbe un pò più facile
giocare con le stelle.
Che a volte, per resistere,
il trucco sta nel fingere di non aver lasciato mai
l’età dell’innocenza.
Che tanto tutto il resto,
persino il nostro amore,
è solo un vuoto a perdere.


AL CAFE’ DES AMATEURS MANCAVA SOLO BOGART

Io non so, contrariamente a Martin Matz,
dove gli arcobaleni vadano a morire.
Però lo immagino.
Ci spediranno lì,
dopo averci fatto attendere
nei terminal anonimi di aeroporti di provincia.
Dimentica gli Ottobre porpora e concediti una tregua.
O una lenta morte bianca. Sopra il prossimo lavoro in nero.
Descrivimi i colori delle tue albe nucleari.
Raccontami i silenzi
degli inverni di Teheran.
I cumuli di noia e il vuoto acido.
Che quando ci alzeremo,
al termine del grande sonno,
avremo giorni da riscrivere.
E stagioni da inventare.
Ed io non ero Bogart.
E a te non importava.
Al calore di una Orval,
nei nostri stordimenti
potevamo sopravvivere.
I corpi deformati nella morsa di un abbraccio.
Le sagome distese sul linoleum.
Simili ai delfini che agonizzano spiaggiati.
451 gradi Fahreneit.
Prima del default,
bruciamo i testi sacri.
E i dati contraffatti dei Modelli Unici.
Gli ennesimi messia delle campagne elettorali.
Puzzavano di marcio e promettevano la cura.
Ma per noi,
per non guarire dalle nostre solitudini,
nasconderci ad un tavolo
del Cafè des Amateurs,
appariva sufficiente.


CHAOS (Tra Artaud e Art Attack, nessuna differenza)

I maghi della chiacchiera
e i Copperfield del vivere.

L’unica, assoluta verità
è che tutto è relativo.
E in mezzo, i nostri giorni miseri
sprecati dietro ai post
e a un sorso di Prosecco il pomeriggio la domenica.

Blue Whale.
Il giardino delle zoccole suicide.

La mia letteratura è una discarica
in cui trovano dimora
carne morta
e città morte
e sogni morti
e amori morti
nell’attesa dell’ultimo Intercity.

Hart Crane volato giù dal ponte di un piroscafo.
Artaud e i suoi deliri.
Art Tatum che gioca a fare Dio
scopando un pianoforte
dentro i clubs della 52ma.

Il Genio non è un gene.
Il Genio non ha genere.
Il popolo che osserva in catalessi
l’ennesima allucinazione androgina
ai confini del deserto.
Requiem per l’Achille Lauro
carcassa dirottata
baciata dalle fiamme
e poi colata a picco in un dicembre come un altro.

Kraus a colazione somiglia ad un satori
tra le news del TG5 e il pancarrè che sa di muffa.

Il sole a troppi metri
sotto il cielo d’Occidente
e i nani che, al crepuscolo,
appaiono giganti.

Gli atomi in fermento.
Gli animi in stand by.
La D’Urso sullo schermo
che spande la sua merda
a reti unificate.

E mentre i nostri avanzi finivano nell’umido,
ridendo ti dicevo
che per cambiare il mondo
sarebbe sufficiente cambiare anche il canale
insieme alle abitudini.

Il Cantico dei Cantici.
Il sacro ed il profano.
Il porno travestito da poesia
per spremere lo share
dinanzi a una platea di menti imbalsamate.

Contagiami di nuovo col delay di un’emozione.
Prenotami un weekend
tra i monumenti di Wuhan.

L’amore messo all’angolo invocava il nostro amore
e noi lo umiliavano
con gli scarti
nel cinico ingranaggio di una sintesi perfetta:
nel peso dei tuoi sguardi
tutto il mio distacco.

Accendi, per piacere, quella radio, adesso
e cerca solamente
una lunghezza d’onda anomala.

Che ho voglia di ascoltare come annunciano il futuro

laggiù

dall’Anno Domini

6023.


ANTE VIRUS (Tra flussi di coscienza e fasi d’ incoscienza prima dell’avvento. Della Quarantena)

Messina
Febbraio ventiventi ore 14 e 38
Le strade sotto il sole sono fiumi narcolettici.
Ombre solitarie ad esplorarne i marciapiedi
possedendoli fameliche.
L’assenza della folla.
Le piazze sonnolente.
Un sottofondo liquido che modula il respiro
come un solo di Coltrane.
L’estasi è un viaggio di un paio di kilometri
tra il molo alle Caronti
ed il viale San Martino.
Sguardo da rivista e tette da cornice.
La tipa al Bar Torino
che serve dietro al banco.
Soffice e burrosa come panna da montare.

Datemi un motivo per morire
ed io ve ne offrirò milioni
per riprendere a sorridere.

La luce che enfatizza i lineamenti.
L’aria che li sfiora.
La scia del mio vagare
leggero come acqua.
Cartoline da altri Eden.
Lucertole e catrame.
Un ballo sincopato come il Joker capopopolo.

Noi che sognavamo
un epitaffio al Père Lachaise.
Noi che inseguivamo i nostri demoni
tra i folli di North Beach.
Noi che bruciavamo,
mordendo l’esistenza,
negli atri decadenti
degli ostelli del Marais.

Memorie di altri giorni.
Un mantra silenzioso per anime randagie
nel crespuscolo degli uomini.

L’ESPERIENZA
era il tuo miele.
L’ORIZZONTE,
il mio delirio.

Viaggiatori in terza classe a piedi scalzi solo andata
per trovare il nostro luogo
lungo i margini del tempo.

Come il vento.

O i naufraghi dall’Africa
sbarcati dalla Sea-Watch.


COME CANI CHE ABBAIAVANO ALLA LUNA

I neon a intermittenza delle insegne in Via De Nava.
Comete a luci pallide che ballano tremanti.
Reggio paranoica
da Pellaro a Catona.
Reggio alienazione
nelle notti di provincia.
Metropoli inventate.
Metropoli di ruggine.
Scatole in cemento ad ampliare i nostri vuoti
contenendo ad una ad una
le nostre solitudini,
i nostri sogni infranti,
i nostri aperitivi a base Seropram
e tripla Fluoxetina.
Come bozzoli che attendono di schiudersi.
Come ultrà prima del derby o bungee-jumpers
a un istante dal saltare.
L’espiazione e Fase 2.
L’estenuante inseguimento
di un friabile orizzonte.
Lasciami alla prossima e non fartene una colpa.
Come stavamo ieri è il massimo cui ambisco.
I ricordi registrati sui palmi delle mani.
Fammene un backup e poi affogali,
spietato,
in un trabocco di Amuchina.
Il tempo e l’esistenza nel recinto del Lockdown.
L’ossigeno e i silenzi.
I calendari consumati
da un inerte progredire.
La speranza è una catena
che trascina i volti stanchi
di provetti Sant’Antonio.
Siamo un urlo nella nebbia.
Siamo puro distillato
di ego e cloroformio.
Siamo il solito che avanza
nella stessa direzione.
Ombre senza forma
accovacciate in un cunicolo.
Sguardi allucinati
dalla cima di Ayers Rock.

Siamo il ventre dei randagi
che, mai sazi,
abbaiano alla luna.

L’AUTORE

Michele Rieri (Reggio Calabria, in un giorno del ’76)

Appassionato di fotografia, letteratura (meglio se maudit), cinema d’autore, musica (dal grunge al jazz degli anni ’30 passando per il blues, gli chansonniers e il seminale rock dei seventies). E poi ancora Arte (da Pollock a Renoir, da Haring a Magritte), viaggi (purchè non d’agenzia) vino da enoteca e birra artigianale (Belgium rules).

Rispondi