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Non-sense poetry: la poesia di Toti Scialoja | L’Altrove

Un genere poetico, il non-senso, che in Italia nacque nel 1945 circa e durò anno più anno meno, fino agli inizi degli anni ’90 del Novecento. Genere che può essere concepito come un moderno Futurismo in cui le parole in libertà si realizzano non più attraverso le tematiche della guerra e della velocità, ma attraverso delle architetture sintattico-verbali e linguistiche apparentemente insensate e insignificanti, ma che, al contrario, racchiudono profonde tematiche come la canonica poesia italiana dal Medioevo agli anni Duemila.

Poesia del non-senso, che, in poche parole si basa sull’uso dell’indicibile come strumento di investigazione, della realtà e del nostro Io più profondo. Ramo che in Italia purtroppo non ha avuto grandi rappresentanti tranne il poeta Biagio Marin autore di poesie in dialetto gradese che contrappongono la natura, gli astri solari, le fragranze “divine” e le compassioni spirituali alle moderne materialità; e il pittore, poeta e scenografo Antonio Scialoja detto Toti Scialoja (Roma, 1914-Roma, 1998).

Poeta, quest’ultimo, che può essere considerato in Italia il maestro del non-senso, da lui cominciato con una produzione poetica rivolta ai figli degli amici e al mondo dell’infanzia più in generale, raccolta nell’antologia Versi del senso perso del 1989 e poi ristampata in varie edizioni fino a quella del 2017. Opera d’esordio dove i protagonisti sono topi, vespe, corvi, gatti, cani e tanti altri animali che compongono in prima battuta un bestiario novecentesco simile ai bestiari medievali, poiché anche gli animali di Toti Scialoja simboleggiamo i peccati degli uomini e delle donne, come l’avarizia, la stupidità, l’ambiguità etica e l’amore. Peccati che a loro volta si trasformano in dolori come la rabbia eternamente imprigionata nella sua cella spirituale, come la stuprata verginità ormai inguaribile, come la Vita condannata al finto amore, come l’arroganza che compie un cammino di prepotenze e come il femminile erotismo che è solo un lussurioso meretricio. Dolori, a loro volta, che mutano in paure dai profumi di emarginazioni, dalle voci astiose, da cammini avidi di sangue e da sguardi brutalmente derisori. Paure infine che si evolvono in dipartite dagli impavidi spiriti, dai satanici e purificatori sguardi, dalle incurabili membra, dai lascivi passi, dalle impercettibili lacrime e dai fanciulleschi canti.
Produzione che continuerà con raccolte destinate ad un pubblico adulto attraverso opere di straordinaria potenza metaforico-tematica e che non hanno un filo conduttore fra di esse, ma, ognuna ha una sua tematica fatta di vita propria.

Iniziamo allora il nostro viaggio con Scarse serpi del 1983. Opera in cui la Vita è vista come un falso cammino serpentino che ci mostra nella prima sezione, Miti timorati, le vanaglorie, dal poeta concepite come un artificiale sole impaurito dalle carezze della tempesta e come essenze, dalle antiche membra oscure come lo Stige, dal pauroso spirito che fugge innanzi al celeste firmamento e dagli sguardi ingenuamente abbaglianti. Sguardi che li ritroviamo nella seconda sezione Il Giardino degli Sguardi, come universi dove la resurrezione è un blasfemo tremolio che pronuncia parole, dagli avidi e dai lussuriosi divorate. Sguardi nuovamente ritrovabili nella quarta sezione L’alibi del labirinto, dove si perdono all’interno di un tunnel spirituale in cui esistono, attraverso godimenti carnali e profumi creatori di chimerici mondi. Sguardi e carni nella quinta sezione Eros e scarse rose. Membra dal poeta concepite, come corpi irreparabilmente infetti dalle cadaveriche emozioni, come corpi malati, trasgressivi, psichedelici e come corpi infine, dai streganti profumi che addolciscono le dormienti carni e purificano le sanguinose lacrime. Sguardi, carni e respiri nella sesta sezione Respiri di serpi. Respiri, anzi aneliti dal vivo soffio cadaverico, dal poeta visti come delle lacrime che affogano e accarezzano le cineree chimere. Ma anche dal luminoso spirito che rischiara le brume e il palpitante cuore che batte freneticamente come una cassa di tamburo. Parole fin qui spese, che, vengono sommerse nella settima sezione Lento specchio d’acque spente. Acque che qui affogano la Vita per rifletterne le candide nostalgie e purificarne, le infette ferite da tempo ormai in necrosi.

Il 1991 è l’anno della raccolta I violini del diluvio dove il titolo è già un non-senso, poiché la fine del mondo qui trattata non è realizzata attraverso immagini catastrofiche, sanguinarie e apocalittiche, ma attraverso la dolce melodia dei violini che è condanna peggiore per gli Uomini obbligandoli a rivivere i loro ricordi diventati ormai fogli bianchi, che non possono essere feriti dalle loro umane lacrime. Diluvio, anzi Apocalisse, che è illustrata da Toti Scialoja con cinque stazioni composte da poesie brevi simboleggianti gli ultimi aneliti degli Uomini e da spazi bianchi precedenti i versi, ovvero i ricordi e le nostalgie degli Uomini ormai intoccabili. Nella prima stazione Malinconie canine, l’Uomo è visto come un cane errabondo cacciato dal mondo e condannato a trasformarsi, in un demoniaco figlio della notte. Un cane-uomo privato dei sui affetti e dei suoi pensieri felici perché costretto, a vestirsi con blasfemi e selvaggi profumi che bruciano la sua pelle nelle ardenti giornate estive dal poeta concepite come un falso Stige dalle purpuree acque dove le defunte affettuosità di questo essere errabondo, consumano il loro dolore esistenziale nell’esilio più totale. Un cane-uomo che chiude questa sezione davanti al cancello dell’Apocalisse, dove è arrivato percorrendo una strada fatta di divine e lussuriose intimità da lui schiacciate. Nella seconda sezione L’idea del diluvio, l’Apocalisse è vista come il triste e cimiteriale canto dei violini che inceneriscono con ambigue melodie i nostri ricordi; e come una lignea croce che ha perso tutta la sua sacralità per diventare umana e provare così i dolori, le avidità, le cupidigie e le blasfemie terrene. Nella terza stazione, Il prestidigitatore di Parigi, l’Apocalisse si trasforma in un mondo magico in cui gli abitanti sotto forma di chimerici spettri, sono costretti a consumare la loro esistenza insieme alle bramosità e alle lussurie. Spettri questi definitivamente separati dalle loro umane membra eternamente sanguinanti, dai loro vacui sguardi e dalle loro insensibili mani. Esseri questi fatti sì di spirito, ma, anche di commoventi dolori e nostalgiche melodie in grado di creare le ombre, dei loro intimi affetti ancora in vita. Esseri infine consumanti la loro esistenza in un mondo magico e oscuro allo stesso tempo, come ci viene mostrato nella quarta sezione Chiarore di carcere. Universo oscuro che si trasforma in un’angusta cella dove questi fantasmi, si ritrasformano in persone di carne e ossa dai volti consumati, dagli sguardi afflitti e dalle membra infettate. Cella in cui rifanno capolinea gli intimi ricordi sotto forma di freddi manichini, dalle argillose e insensibili mani. Ricordi questi fatti di assordanti e sguaiate parole impavide innanzi a tutto e tutti, tranne innanzi alla Morte. Ricordi infine che si trasformano in dolci compagne da noi amate durante la terrena Vita e che ora ormai, sono diventate delle creature da noi intoccabili e inguardabili seppur comunque il loro ricordo scatena in noi, una lussuriosa ed erotica tempesta spirituale che ci fa versare calde lacrime ormai credute perse per sempre. Parole queste da me spese che verranno travolte dall’Apocalisse nella sua massima potenza e che porterà il mondo nella quinta e ultima stazione Acqua da occhi al suo elemento di base, ovvero, l’acqua. Acqua dalle oceaniche forme, in cui galleggiano rigidi cadaveri stuprati da demoni famelici, glaciali parole di invasati indemoniati e infettati, promesse celestiali di resurrezione in nome della trasgressione e infine ombre del passato ancora intensamente vive, nel nostro cuore.

Il 1994 è l’anno della raccolta Rapide e lente amnesie. Poesie qui raccolte che scompongono l’esametro e le futuriste parole in libertà per camminare con una lingua unicamente comprensibile, praticabile e traducibile da Toti Scialoja. Opera, che, come ci suggerisce il titolo tratta le dimenticanze e i vuoti di memoria, dal poeta visti non nel loro aspetto originale ma nel loro oscuro contrario. Una prima dimenticanza riguarda il vento non più visto come un fresco e leggiadro canto, ma, come un vacuo e mortale soffio. Una seconda dimenticanza riguarda la Vita intesa come un campo di fiori, in cui deboli esistenze sono condannate a consumare la loro Vita nell’oblio più totale. Una terza dimenticanza riguarda la sorella della Vita, ovvero, la Morte dal poeta vista come uno spettacolo di mostrine, brillanti e vestiti sgargianti. Una quarta e ultima dimenticanza riguarda il dolore, dal poeta concepito come un arenamento che tutto sommerge e invecchia.

Il 1997 è l’anno della raccolta Le costellazioni. Esametri 1993-1996 dove gli esametri vengono scomposti da Toti Scialoja per creare, una nuova e inedita lingua poetico-figurativa. Astri che nella prima sezione Gioco sleale, ci conducono in universi in cui la Morte è coccolata come un infante in fasce e si frantuma in mille pezzi, nella bocca dei defunti. Universo questo in cui le femminili creature sono circondate da una luce magica, che, ci appaiono come creature avide di Vita, bramose carnalmente e spiritualmente vacue di profumi. Creature codeste dalla muta voce versante ambigue lacrime, che, mettono alla gogna il suo puro e rancoroso lato umano; e incapace di esprimere l’amore perché da tempo ormai, lo ha sostituito con parole grondanti sangue e odio. Universi infine che perdono la loro spazio-temporalità nella seconda sezione La superstizione del tempo, dove il normale ciclo della Vita viene sostituito da un’inconsistente e vacua bruma in cui si muovono senilità dalle incurabili ferite, dagli irosi sguardi e dai fugaci passi che gli lacerano le carni. Un universo governato dalla bruma e allo stesso tempo da un’oscurità che dilania le carni, soffoca le urlanti voci e cancella le dolci reminiscenze per rinchiudere la Vita in ambigue bare. Oscurità come detto poc’anzi che cancella le dolci reminiscenze, ma, allo stesso tempo le trasforma in spettri avidi, demoniaci e famelici di sangue umano perché il loro passato fu una Vita consumata nella trasparenza più totale. Magia, bruma, oscurità e infine assenza di parole nella terza e ultima sezione Senza parole. Lessemi qui sostituiti da silenzi che proiettano luci alchemico-investigatorie e da mutismi fendenti l’aria, fino a farla lacrimare e svuotarla delle sue calde carezze. Mutismi infine che creano femminili nudità infettanti e purificanti tutto ciò che toccano. Nudità parlante attraverso un gracchiante canto trafiggente come un affilato spillo il dolore per trasformalo, in un orgasmo spirituale.
Il 1997-1998 è l’anno della raccolta Cielo aperto. Opera che si distanzia dalle opere precedenti e che ci mostra un inedito Toti Scialoja, che, compone poesie dai toni e dalle tematiche simili al dantesco “Paradiso” della Divina Commedia. Universo paradisiaco dove il respiro umano si trasforma in un delicato gemito dal leggero canto in grado di cancellare tutti i nostri peccati terreni. Un universo dai toni filosofico-meditativi dove le ombre che vi risiedono non vivono solo ed unicamente nell’ozio, ma sono costrette dal Padre Celeste a meditare sulle luci esistenziali dalle quali sono state corrotte e sulle terrene ombre, che le hanno spaventate. Paradiso governato dalla Vita e dalla Morte sotto forma di neri corvi dalle cimiteriali ali creanti cineree sfumature. Morte dall’infettante aspetto e dalla abissale voce che lascia sulle paradisiache ombre le tracce dei loro terreni sbagli come ammonimenti per i loro affetti ancora in vita. Una Morte, inoltre, che nutre le paradisiache ombre con contaminate bevande e le fa nuotare in petroliferi oceani. Dove la puerizia è libera di esistere senza regole e di scoprire gli arcaici intrecci esistenziali mai provati durante la terrena esistenza. Puerizia che qui vede oltre l’orizzonte marino, fino ad arrivare ai magici arcobaleni mai visti. Ombre quelle rappresentate dal poeta romano, come creature che non hanno più paura di mostrare le loro ferite e le loro lacrime, poiché anche i dolori sono la via per la beatitudine psico-corporale. Creature dai timidi riflessi che si rintanano nell’oscurità solo ed unicamente perché hanno paura della loro voce colma di candida e verginea bontà. Parole colme di bontà, ma anche e soprattutto di amore, passione, reminiscenze, dolori commoventi e gioiose lacrime mai versate. Creature infine sì dalla psiche e dalle membra paradisiache, ma, purtroppo dalla memoria colma di cadaverici ricordi e timidi dolori.

A cura di Stefano Bardi

Bibliografia di Riferimento:
CASADEI ALBERTO, Il Novecento, Bologna, Il Mulino, 2005.
COLASANTI ARNALDO-TARTAGLINO CAZZINI ANNA-IANNINI TOMMASO, Letteratura Italiana. Schemi riassuntivi, quadri di approfondimento, Novara, De Agostini, 2011.
FERRONI GIULIO, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1992, 2 vol.–Tomo II.
SCIALOJA TOTI, I violini del diluvio, Milano, Mondadori, 1991.
SCIALOJA TOTI, Rapide e lente amnesie, Venezia, Marsilio,1994.
SCIALOJA TOTI, Le costellazioni. Esametri 1993-1996, Venezia, Marsilio, 1997.
SCIALOJA TOTI, Versi del senso perso, Torino, Einaudi, 2009.
SCIALOJA TOTI, Poesie (1979-1998), Milano, Garzanti, 2019.