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“Sette ragazze imperdonabili”, intervista a Maria Antonietta | L’Altrove

Sylvia, Cristina, Marina, Esther, Antonia, Emily, Jeanne. Sette nomi. Sette poetesse, ma, prima ancora sette ragazze. Sette femmine, vive e forti, anche nelle loro debolezza, che hanno combattuto e vinto, amato e odiato. Mai arrese, mai conformi ai loro tempi. Sette ragazze imperdonabili.

È questo il titolo del libro d’esordio di Maria Antonietta (alias Letizia Cesarini) in libreria dal 19 marzo per Rizzoli.

Maria Antonietta sette ragazze imperdonabili

Sette ragazze imperdonabili è un libro d’ore, come quelli del medioevo, che accompagnavano la preghiera quotidiana. È un libro di poesie, ma anche di racconti che Maria Antonietta dedica alle sue sette ragazze imperdonabili.

Abbiamo incontrato l’autrice e vi facciamo partecipi della nostra chiacchierata.

Anzitutto ti ringraziamo. Ci eravamo lasciate al tuo tour dal titolo “Maria Antonietta: letture”. Cos’è cambiato da quella serie di incontri?

Diciamo che ho capitalizzato quell’esperienza. Ho realizzato quale immenso debito avessi con alcune di quelle autrici di cui leggevo i versi, Cvetaeva, Plath, Campo ecc. e quindi finiti quei Reading mi sono messa a scrivere un libro di “devozione”. Loro sono proprio le protagoniste dei racconti, e loro sono le voci che mi hanno fatto compagnia nei due anni in cui ho scritto le poesie. Alla fine “Sette ragazze imperdonabili” è diventato una versione laica e stramba di un libro d’ore medievale, in cui le ore della giornata sono illuminate da alcune parole che ti ispirano, ti guidano, ti spronano, ti confortano, le loro appunto. Quelle sono poi il punto di partenza di ogni capitolo ma in fondo anche di me stessa, per come sono ora.

Com’è nato “Sette ragazze imperdonabili”? Perché questo titolo?

Per l’appunto è nato come un atto di omaggio. Spesso mi sentivo in sintonia perfetta con alcuni dei pensieri espressi dalle imperdonabili nei loro diari e nelle loro lettere, al punto da risultarne turbata. Ci assomigliavamo, c’era una bizzarra familiarità… Così ho compiuto l’esperimento mentale di calarmi totalmente in quei panni e scrivere i racconti in prima persona, e quindi chi parla è la Plath ma in fondo sono anche io. Diciamo che i confini sono molto sottili, quasi evaporati direi, e le nostre vite si fondono proprio come quelle di due sorelle, che talmente tanto tempo hanno trascorso insieme, che finiscono per assomigliarsi nel modo di ragionare e di approcciare il reale. Le poesie sono nate parallelamente ai racconti, durante i mesi in cui scrivevo anche il disco. Ho scelto il numero sette, che è il numero della compiutezza, perché Dio fosse sempre presente in filigrana, essendo uno dei protagonisti del libro, il modello di libertà al quale le ragazze tendono. E ho usato l’aggettivo “imperdonabile” (che è anche un omaggio ad un’opera stupenda di Cristina Campo) perché era l’aggettivo perfetto per descrivere la radicalità di tutte le protagoniste, la loro impossibilità di essere ridotte a uno stereotipo, di essere recintate e circoscritte e per questo la loro estrema scomodità.

Anche tu ti ritieni una ragazza imperdonabile?

Sì, è il mio impegno quotidiano.

Da musicista e cantautrice a poetessa. Cosa lega la musica alla poesia?

Tutto. La poesia nasce per essere musicata, la poesia è musica. Il ritmo delle parole e il loro suono hanno lo stesso peso del senso, si tratta di un’unità inscindibile da sempre e per sempre.

Nella musica italiana c’è qualcuno che ritieni un poeta?

Edda.

Come sai, Dente è stato protagonista di una fortunatissima tournée con il poeta Guido Catalano, se tu potessi fare lo stesso, chi sceglieresti come tuo accompagnatore?

Mariangela Gualtieri.

Tornando al tuo libro, dicci sette aggettivi per ognuna delle sette poetesse a cui dedichi il libro.

Emily: fedele
Etty: fiduciosa
Marina: feroce
Cristina: radicale
Antonia: presente
Giovanna: leale
Sylvia: aspra.

Ci doneresti qualche tua poesia?

Sono qui
per la carta da parati,
i cuscini di piume,
per mettere ordine nel dispiacere, come rassettassi il soggiorno
di gente benestante.

Sono qui
per i giudizi, le assoluzioni in sovrannumero;
in fondo per te,
dato che Dio è la storia
in cui teniamo
le nostre parti,
strette.

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