Riscoprire i poeti

Ungaretti e le lettere appassionate per la giovane Bruna Bianco | L'Altrove

C’è un lato del poeta Ungaretti che ben pochi conoscono, un lato appassionato, quasi fanciullesco scaturito dalla passione sviscerale per la ventiseienne Bruna Bianco, conosciuta durante una serie di conferenze letterarie tenute dal poeta nella città di San Pablo, Brasile.
É alla fine di uno di questi incontri pubblici che, vestita di rosso, la giovane Bruna consegna nelle mani di Ungaretti alcune sue poesie, dando avvio ad uno scambio epistolare che riesce ad “accendere” il poeta nonostante la sua avanzata età.
Di questo scambio restano circa 400 lettere, raccolte nel volume Lettere a Bruna edito Mondadori, intense e fitte che ci riportano il fanciullo Ungaretti e tanti suoi lati sconosciuti e segreti. Ne riportiamo tre:
 

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Bruna cara, manderò la lunga lettera, per sicurezza postale, da Roma dove arriverò il 28, e anche libri. La distanza va crescendo ed ho potuto contare i minuti, e ancora li conto e mi sembrano eterni.
Non per desiderio o per fretta di ritrovarmi a casa. Sai bene perché tempo e spazio mi siano tanto ostili. Lo sai bene, cara. Non ho più messo altre cravatte che le tue, e rileggo di continuo le tue poesie, e mi sembrano sempre più belle. Anche la Tua scrittura lieve nella quale sono vergate, l’osservo con superstiziosa speranza. Ti saluto. Sii felice per moltissimi anni, sempre.
Ungaretti il 22.8.1966


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Bruna cara, sono precisamente le sette secondo l’ora italiana, ma a San Paolo devono essere le sei e trenta appena. Devi dormire ancora, e Ti ha disturbato il sonno il mio pensare a Te così mattutino? Se il mio pensare a Te dovesse disturbarTi, non avresti un minuto di pace. Sento sempre la Tua voce, quella Tua di quella mattina al telefono, mentre stavo per partire. E cerco con gli occhi il Tuo viso, e a volte non riescono a rivederlo com’è, e allora mi stringo con le due mani il viso, e l’accarezzo, e nel mio viso mi rinasce il Tuo nelle mie mani, la più cara cosa, la sola che amo su tutte, l’anima della mia anima, sei l’anima della mia anima, l’ultima forza che mi resta, l’ultima mia poesia, la vera, l’unica vera. Sono qui al mio scrittoio, in una cabina grande come una piazza. Era per due persone, ma pensano che sono un personaggio tale da meritare d’occupare da solo due letti. Tutto invece, credo, per ricordarmi piuttosto che alla mia età ho il dovere d’essere solo, e anche per rinfacciarmi, forse, con la necessaria ironia, questo mio assurdo atto di scriverTi. / Come hai fatto a entrare così a fondo nella mia vita? Sei d’una sicurezza in quello che fai incredibile, e sei venuta con quella poesia. A dirti la verità, quando sei andata via e l’ho letta, m’è parsa inutile. C’era un’enfasi, c’era un metro in disuso, non so cosa c’era che mi urtava. L’ho ripresa poi a leggere, e vi ho scoperto una grazia, un’onestà, il modo raro d’indovinare il peso, la qualità, la novità, qui e là dei vocaboli, e mi ha toccato, d’improvviso mi ha toccato il sentimento, il dono vero che offre solo la buona poesia, quel dono che illuminava l’ingenuità di quelle strofe un po’ antiquate, che illumina tutto quello che fai.
Ripensandoci capivo d’essermi lasciato subito attrarre da Te, anche prima di disapprovare e poi scoprire e amare i Tuoi primi scritti letti. Mi aveva attratto il tuo pudore, grande, come scabroso eccessivo pudore nonostante l’ostentata sicurezza, quando sei scappata dopo alcuni minuti di visita, il primo giorno, come mossa dal disagio di doverti forse vergognare d’avermi messo tra le mani quelle carte. Non sono che un piccolo poeta di questo secolo, nel quale anche i maggiori non possono essere che piccoli poeti; ma / anche oggi, nel trambusto, nell’inferno d’oggi, – anche oggi la poesia ha bisogno di essere una persona che si scopre tra la gente – che infonde tanta carità, tanta fede, tanta speranza che d’un tratto uno le può dire, uno che è tanto vecchio ed ha percorso tanti labirinti, e non sapeva più come uscirne: “grazie, Edipo dice grazie alla sua
occulta luce che si fa palese”. (Che nome buffo, impiegato oggi, Edipo, e ancora più buffo impiegato in questo momento.) Dico Edipo quando invece non sono nulla, e meno che mai posso essere un personaggio dei secoli, e quando è peggio che ridicolo usare un nome mitico, oggi che la sofferenza e il presentimento, Dio voglia assurdo, di sofferenza più grave, non risparmiano nessuno e non hanno concedono nemmeno un minimo d’agio agli eventi per uscire dallo stato di cruda realtà e salire sino a impersonare simboli miti, sino alla a dare aspetto di serenità poetica alla figura serena dell’orrore. Poi sei tornata e ritornata, e il tuo scrivere si faceva più semplice e più bello, e ora sei quasi sul punto d’arrivare a una scrittura d’una semplicità bellissima. Grazie.
Quel giorno, scattando con quella sicurezza singolare che è soltanto tua e una, non l’ultima, delle tue grazie, avevi afferravi in / ciascuna tua mano una bottiglia di sciampagna ch’era stato preparato nelle vostre officine brasiliane e che avremmo dovuto bere per un augurio di bene. Era purtroppo di lunedì, e non c’era un ristorante degno di accoglierti e del brindisi, e quel Fasano ha ormai dimenticato come si accoglie bene. Ma il vino tuo era buono, e so che l’averlo bevuto insieme a me, produrrà a Te lunghi anni felici. Non è possibile che l’augurio, che il desiderio che con tutte le forze che gli rimangono di poeta – e il poeta ha forze incredibili, immense nell’anima – non è possibile che l’augurio mio non s’avveri. Sii felice, sii felice a lungo, a lungo, a lungo! Io sono ormai troppo vecchio, oltre misura vecchio, quasi un antenato, e non occorre che io sia ancora felice, e non mi pare che sia successo un giorno ch’io fossi felice. Ma l’augurio che Tu abbia lunghi anni felici si avvererà. Nessuno ha mai desiderato con più violenza, con più disperazione che sia felice una persona, e non è mai accaduto, se il desiderio era fortissimo, che non fosse esaudito. Brindo
/ Sai? È una coincidenza strana e credo che anch’essa sia avvenuta per portarti l’augurio di felicità. Sfogliavo a tavola la lista dei vini. Ho il palato fatto per il vino. Da bimbo, arrivavano a casa, in Egitto, i Barolo, erano i Barolo di quel tempo, mandati a rendere memorabile la Pasqua o il Natale. Non più ritrovati quei Barolo, e tutto sparirà ciò ch’era buono? No! A Groninga c’era un amico che mi ha insegnato a bere i vini del Reno, come andavano bevuti, nel verde di rari cristalli di Boemia.
Oggi sono vini imbevibili, i Reno, una schifezza. L’abbiamo bevuto lungo settimane, giorno e notte, quando il Reno possedeva era ancora il bouquet più inebriante squisito del mondo, il vino del Reno. Sono un parigino ostinato, e un viaggiatore ostinato. Sono stato a Digione e Bordeaux non solo conosco la scultura borgognona, ma anche quel Nuits di cui canta in un sonetto Baudelaire. L’indecifrabile nuits che rese oscuro per anni uno dei sonetti di Baudelaire, non era notti, ma il nome d’un vino che è facile trovare e bere a Digione. Vino da non dimenticarsi più, come avveniva a Baudelaire, che non lo dimenticava. / Questo volevo dire: sfogliando la lista dei vini ho trovato un “Bosca 1955 – riserva del nonno”. Come fare a non metterci sopra le mani? Era “lu vinu per me!”. “No è?” diresti nella parlata italiana paolista, mentre scrivi un italiano degno d’un padre Segneri o di chi sa chi sappia scriverlo con purezza. Ora bevo la “riserva del nonno” – e mi fa bene. Brindo, brindo, / brindo, e brindo alla Tua salute. Evviva, Bruna, lunghi anni, lunghi anni felici. Il grande segreto della poesia è nella semplicità della parola. Se la parola riesce a farsi semplice, come è un sentimento quando riesce a filtrarsi e a farsi trasparente per purezza, tanto da divenire uno specchio per l’ansia d’ogni anima – in quel momento una parola può credersi vicina alla poesia. Hai riveduto Eunice Catunda? Dille che le voglio molto bene, che ammiro la grande arte, che le scriverò a lungo da Roma. Non leggere più Geraldy. Non è un poeta per te, è un poeta per signorine stupide.
15/ 9
1966
19/ 9
Roma (Eur) Via della Sierra Nevada, 1
Ti manderò i libri miei da Roma, e da Parigi libri di poeti francesi che è indispensabile conoscere per penetrare nel clima dell’arte d’oggi. Hai poco tempo, lo so, ma basterà che Tu legga un’ora al giorno. E scrivi, continua a scrivere le tue poesie. Di rado un manoscritto di persona ignota nel campo dell’arte, mi ha trasmesso la convinzione, come i tuoi me l’hanno trasmessa, di trovarmi in presenza d’un poeta dotato come succede molto di rado di avere la fortuna d’incontrare. Ti ho scritto da Rio e telegrafato due volte dalla nave. Pensa al miracolo che stai compiendo: non ho mai scritto lettere più lunghe di dieci righe.
[sul margine sinistro dell’ultimo foglio] Sei per me l’eccezione in tutto. Sei la Poesia, il fuoco della poesia, la verità della poesia. Ti stringe sullo stanchissimo cuore che hai fatto il miracolo di ringiovanire ravvivare un po’,
il vecchio nonno Ungaretti.

 

6

Certo, Bruna, che t’amo, e con quale smisurata demenza.
Non ti dicevano gli stupidi telegrammi che ti mandavo dalla nave quando non avevo altri mezzi, che mi eri di continuo presente? Di continuo, di continuo… Amo per l’ultima volta, e come non ho mai amato, con disperazione. Sei il mio sogno della fine, assurdo, stupendo, orrendo. Ti sogno a occhi aperti, ti sogno nel sonno, sono in uno stato di sogno continuo, e so che sognarti è per me, non può essere per me che la cosa l’atto più amabile e più crudele che ci sia. M’è rinata nel cuore la poesia, l’ha fatta rinascere la gentilezza d’una pura voce di poesia; ma ciò che è, è, e non c’è Mefistofele che lo sappia mutare. Tornerò in Brasile in Marzo, spero, non per l’incarico che vuole affidarmi l’Università, ma solo per rivederti. Partirò con ogni probabilità l’ 11 ottobre per la Svezia18 e poi dovrei andare a Parigi per rimanerci fino alla fine di Settembre Novembre. Scrivimi dunque, e spesso, nel mio periodo della mia assenza da Roma, all’indirizzo del mio assistente che mi farà pervenire d’urgenza le tue lettere. Ecco l’indirizzo da mettere sulla busta:
dott. Mario D’Amico19 per Ungaretti Via Cola di Rienzo, 190 ROMA (Italia) / Ti Rammenti di quel giro portentoso chiuso dalle six lances, silence! e riepilogato così con un primo grido nostro? Non mi era mai apparso tanto violento, brutale e attraente il paesaggio di San Paolo. Lo scoprivi ai miei occhi con una spontaneità d’immagini che ancora mi sorprendono sorprende e mi sconvolgono. Le lacerazioni nel rigoglio della vegetazione forsennata, le me ne rammento. Quelle tonsure, quelle scorticature pelle rasa d’aridità sanguinolenti nel furore del verde, quelle tigne ossessive che sbiadivano in un colore prezioso di ruggine e che rodevano il verde, le ricordo me ne rammento. Quella grandiosità, quell’innocenza, quella verità, quelle segrete mosse d’impeto che ondulavano i monti, mi rammento di tutto. E te, la grazia, la risolutezza e la fragilità, in mezzo a quell’ora della genesi, di tutto mi rammento. Poi sulla nave, prigioniero, in giro per il ponte delle lance, quello aperto alla vista e al vento del mare, andavo in su e giù come un lupo, un lupo decrepito frustato urlando che urlasse al sole e alla luna la sua disperazione d’essere diventato un lupo tanto mansueto. Dopo l’Atlantico, passate le colonne d’Ercole, ritrovato il mondo antico del Mediterraneo, quel mare e quei lidi, quei luoghi divenuti per [da qui in poi prosegue sul margine sinistro di quest’ultimo foglio] i lunghi millenni, d’un’aspra mitezza, o capaci delle collere a proprio danno, più dissennate, erano i luoghi fatti a mia immagine, e avevo pietà e vergogna di me. Grazie, mia poesia, d’essermi longanime.
/ Ti ho mandato ieri da Roma un mio libro, e da Napoli un telegramma e una lunghissima lettera. Sii felice. È meglio spedire, cioè arrivano più presto, le lettere raccomandate o le semplici, a San Paolo?

 
 
 

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